Tre parole su Akkuaria
Facciamo un gioco, mi dico. Parliamo di Akkuaria in tre parole.
Impegno: c’è questa tipa che non conosci per niente, si chiama Vera.
Le mandi il tuo romanzo, ti risponde in una settimana, dice che l’ha
trovato “ottimo”, e non importa se ti chiama Giovanni, perché sì,
parla proprio con te. Parla di un Comitato di Lettura, di scadenze
stringenti e di voler forzare la mano perché crede in quello che hai
scritto. Ci crede, diamine, forse più di quanto non facessi tu
quando hai mandato il manoscritto a una lunga lista di case editrici
grandi e piccole. Accetti, dopo qualche domanda per fingere
sospetto, e inizia un rapporto fatto di mail spedite a giro
strettissimo, come se questa persona non dormisse mai, come se
vivesse appollaiata vicino al computer, ad aspettare un cenno da te
e, con ogni probabilità, da tutti gli altri autori. Ti arrivano sue
notizie dall’Italia e dall’estero, iniziative su iniziative,
concorsi organizzati, premi, incontri. Non la fermano nemmeno gli
acciacchi: la chiami un giorno e ti dice che per un problema agli
occhi è costretta a stare in orizzontale e a testa in giù. Ma non
molla. E questo ti insegna molto: ti insegna a tenere duro, a non
pensare all’arte come al solo e auto compiacente “estro del
momento”. Prima o poi, ti dici, ti butterai nella mischia proprio
come lei.
Passione: ti ritrovi a Zagarolo, a Poggio Mirteto, a Pagani, a Campi
Salentina. Magari c’è poca gente, magari siete quasi solo voi della
confraternita degli “Akkuarioti”, ma vedi sempre una scintilla nello
sguardo di tutti. Perché qui, in ognuno di questi “qui”, vi sentite
a casa: è il piccolo scrigno dove riposa il vostro sogno, la vostra
passione, nuda di ogni effetto collaterale che possa perturbarla.
Non c’è logica commerciale, non ci sono schemi di marketing. Parli
di quello che hai fatto, un po’ a te stesso, un po’ a persone come
te, che condividono, pur nelle loro individualità, il tuo percorso e
l’atto creativo, il bisogno di esprimerti, di lasciare che le tue
storie si stendano sul foglio, e continuare a farlo per te e per te
solo, perché c’è questa fissazione di guardare il reale,
rimasticarlo e sputarlo fuori in forma diversa, filtrata dalle tue
lenti personali. Sono state giornate stupende, è stato bellissimo
passare del tempo con poeti e narratori, parlare, ascoltare,
fiutarsi e riconoscersi. E trarne coraggio e forza.
Modale: ovvero la realizzazione, da parte di un aspirante scrittore
alle prime armi, che esistono lunghissimi avverbi che terminano in
“mente”. Li usi un sacco mentre parli, ti ci riempi la bocca, ti
piace masticarli, ed è quindi naturale inserirli in un testo che
produci. Con il risultato di generare una evidente ripetizione
fonetica, e quindi una ripetizione tout court. Il mio primo
manoscritto era sovrappopolato di questi millepiedi: ne contava più
di trecento per appena centocinquanta pagine. Vera me lo fece
notare, e ho poi scoperto che questa è una sua (giusta ancorché
buffa) crociata personale. Estirparne un buon numero è stata una
faticaccia, fonte di elaborate imprecazioni notturne, ringhiate con
la disperazione del sonno incipiente verso le pareti spoglie della
mia casa di allora. Ma che dire, era utile, era necessario: il testo
è migliorato e io sono migliorato come narratore. E, Vera, ti prego
di notare che in queste righe il “mente” compare solo due volte, fra
virgolette. Sono stato bravo, no?
Per chiudere: Akkuaria è una realtà in movimento, una realtà fatta
di passione e impegno, di sogni che si realizzeranno, che poi è la
cosa più bella, perché tanto è stato ottenuto, ma tanto può ancora
succedere e non è ancora tempo di sedersi. Bisogna esserci,
crederci, costruire, spendere se stessi senza risparmio, come per
tutte le cose in cui crediamo davvero. Per ora non mi sento di avere
fatto abbastanza, ma mi rimane il futuro, e nel futuro presto o
tardi ci sarò.
Grazie, Vera.
Vittorio Rainone
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