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  ANGELA AGNBELLO
 

 

Qualcuno di voi mi conosce, mi conosce per il mio lavoro di editor, altri non mi conoscono punto, neanche io a dire il vero, anzi, mi evito accuratamente.
Ma in questa occasione è necessario che, per illustrarvi il mio libro, anche in maniera indiretta e quanto più possibile alla lontana, accenda un piccolo faro su di me.
Di solito sto dall’altra parte. Sono abituata, e devo riconoscere che francamente si sta meglio.
Meno implicazioni dirette, meno coinvolgimento, e anche se hai fatto parte di un “lavoro”, non ne hai la totale responsabilità, cioè, mal che vada, puoi sempre dar la colpa all’autore. Che stavolta, però, sono io. E per giunta con un libro di poesie. Il peggior cliente possibile, quello indifendibile, quello che se arriva arriva, altrimenti stai lì, come uno stupido a cercare di spiegare. Cosa? Un’emozione? Un attimo? Un sentimento? Avercene!
Hai voglia a dire è mestiere, esercizio, la poesia è poesia! E’ dentro ognuno di noi, ma guai a lasciarla libera. Fa danni. Oppure successi. Oppure nulla.
Il rischio è proprio questo. Che faccia nulla, che alla fine del tuo lavoro il lettore non alzi neppure un sopracciglio, né muova uno dei muscoli facciali che ti faccia capire cosa stia pensando.
 

 

Perché è quello l’importante, che abbia mosso un pensiero, qualunque sia. Di meraviglia o di dissenso. Che abbia suscitato un’emozione, effimera o duratura. Che sia stato, almeno per un attimo parte di lui, gli abbia accarezzato il cuore o fatto compagnia, l’abbia incuriosito o stupito e nella peggiore delle ipotesi, negativamente impressionato. Tutto tranne l’indifferenza. Quella no. Quella vuol dire che stavolta hai toppato. Spero non succeda proprio adesso.
Spero di vedere, anche solo immaginare, che ognuno di quelli che avrà in mano “La bimba invisibile” entri in contatto con la parte di me che ho consegnato alle pagine, quel pezzetto di me che ho osato condividere, che ho pensato potesse passare attraverso, oltre le parole, oltre il significato letterale, oltre perfino lo scambio naturale tra lettore ed autore. E’ importante, vitale per un autore riuscire ad edificare il fragile o duraturo ponte ideale che può essere varcato e percorso, per tutte le volte che il lettore stesso vorrà, ancora e ancora, far parte dell’universo piccino, del microcosmo che l’autore ha così faticosamente, dolorosamente quasi, ma inevitabilmente messo su affinché si potesse creare la tanto decantata “empatia” tra anime. Troppo? Troppo poco? Chissà! Ognuno di noi, di noi addetti ai lavori intendo dire, sotto sotto, soffre di un gran bel delirio di onnipotenza. Chiedo venia fin d’ora.
E’ un libro strano, ma nessuno ed in nessun contesto potrà mai sentire me nel tentativo di spiegarvelo.
Ve lo affido. Fatene ciò che riterrete opportuno.
Ringrazio quelli che hanno fatto sì che il libro potesse essere veramente realizzato, non è di certo grazie alla mia pigrizia palermitana che ha visto la luce.
Grazie a Vera, che ha creduto in me sotto una veste non consueta.
Grazie a Maria Teresa, la mia sorella ideale, per aver scritto una così bella presentazione, bella più dell’intero libro.
Grazie ai miei, che nei mesi della “gestazione” mi hanno sopportata e supportata, soprattutto dal punto di vista informatico, dove sono una vera semianalfabeta.
Grazie a voi tutti che state leggendo queste parole in libertà, perché la poesia, l’arte, ha bisogno di tutti noi, ma siamo sempre noi ad aver più bisogno dell’arte che ci tiene vivi, non omologati, un popolo di gente eccentrica che si ritrova e si riconosce, come dei predestinati, a conservare per tutti gli altri, per quelli meno fortunati o solo un po’ più distratti “l’attimo d’eterno”, non posso non citare un maestro, che ci accomuna, ci rende liberi, ci abbraccia, ci completa e ci consegna a tutto quello che sarà.

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